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Occhio alle lenti a contatto

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Buona visione.
Morbide, usa e getta, semirigide… A portare le lenti a contatto sono 2 milioni di italiani. Ma solo due su dieci le usano nel modo corretto. Gli altri commettono errori e imprudenze spesso pericolose. Ecco come fare per non rischiare la vista.
Lievi come un soffio, trasparenti come una goccia d’acqua. Difficile pensare che le lenti a contatto siano protesi. O, per dirla in gergo medico, «presidi sanitari invasivi». Eppure, è proprio quello che sono. Sempre più leggere e invisibili, certo, e tecnologicamente avanzate. Ma non al punto da poter fare a meno di pulizia e manutenzione meticolose. Tutti i giorni.
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Lo sanno gli oltre 2 milioni di italiani che le usano? Magari sì, in teoria. Ma, secondo un’indagine (Nexplora), solo due su dieci portatori di lenti le curano come dovrebbero. Gli altri commettono leggerezze, imprudenze, errori. C’è poco da stupirsi, dunque, se (secondo le stime) ogni anno 350 mila italiani si ritrovano con problemi alla vista provocati da un cattivo utilizzo delle lenti a contatto, siano morbide o semirigide gas permeabili: congiuntiviti, abrasioni, cheratiti (circa 20 mila l’anno), che possono portare al trapianto di cornea. E, infatti, gli oculisti della Società oftalmologica italiana (Soi) si sono riuniti di recente a Napoli per chiedere un monitoraggio sull’uso delle lenti e la creazione di un registro sui danni legati ad abitudini scorrette.
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«Una volta era obbligatoria la prescrizione per le lenti a contatto, e venivano date tutte le informazioni. Ora sono considerate quasi come accessori, da comprare anche su internet. Chiaro che poi i problemi sono sempre più frequenti» osserva Matteo Piovella della Soi. «In chi porta le lenti tutti i giorni il livello di allerta diminuisce ed è più facile agire con superficialità. Ma rischiano di dare complicazioni serie se si usano male».
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Il repertorio degli errori è lungo e variegato. Appena svegli, per esempio, viene spontaneo metterle subito. Ma così non si dà all’occhio il tempo di riprendersi dall’ipossia notturna (la scarsità di ossigeno durante la notte). «L’ideale sarebbe aspettare un paio d’ore, ma non lo fa nessuno. Un buon compromesso è metterle come ultima azione prima di uscire» consiglia Pasquale Troiano, oftalmologo della Fondazione Policlinico di Milano e presidente della Società di contattologia medica. «Allo stesso modo sarebbe meglio, la sera, levarle qualche ora prima di andare a letto». La bassa disponibilità di ossigeno per la cornea è una premessa per le infezioni, perché interrompe la barriera epiteliale: quando l’ossigeno manca, l’epitelio non è più in grado di «fare da muro» ai germi sulla lente, che possono penetrare nell’occhio. Altra pessima idea, per lo stesso motivo, dormire senza toglierle. Passi per mezz’ora o un’ora. Ma trascorrere una notte con le lenti sull’occhio è deleterio.
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Chi è abituato alle lenti a contatto, in genere, le tiene tutto il giorno. Qualche volta sforando le otto ore: soglia che è bene non superare, sempre per questioni di ossigenazione. Per le morbide usa e getta, poi, la tentazione di riutilizzarle se sono state indossate solo per qualche ora è forte. «In fondo, che può succedere?» pensano molti. «Succede che il rischio di infezione aumenta; la lente usa e getta è monouso per definizione, il giorno dopo non è più sterile e deve essere cestinata» risponde Piovella.
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Il pericolo maggiore di infezioni è dovuto comunque a un’igiene inadeguata. E dal momento che la pulizia deve essere puntigliosa, è facile sgarrare. Quanti si lavano bene le mani e se le asciugano altrettanto bene prima di togliersi le lenti e riporle nel contenitore? Molti le sciacquano sotto l’acqua del rubinetto, altro errore grossolano perché non è sterile. La stessa pulizia deve essere garantita per il contenitore. «La superficie oculare in cui introduciamo la lente garantisce in genere una buona salute dell’occhio» ricorda Troiano. «Ma se la carica batterica è troppo alta il nostro sistema di difesa non ce la fa. Spesso, quando un paziente arriva dall’oculista per un’infezione, la situazione è già grave. E se il germe è resistente agli antibiotici, la guarigione più difficile, la cornea rischia una cicatrice che talora può essere eliminata solo con un trapianto».
Le infezioni più frequenti sono batteriche, e quella da pseudomonas è la più temibile. «La sua progressione è rapida, e se non trattata adeguatamente può perforare la cornea in pochi giorni» dice Paolo Rama, direttore dell’Unità operativa oculistica del San Raffaele di Milano. «Più subdola ma non meno pericolosa è l’infezione da acanthamoeba, parassita che può essere trasmesso con le lenti se vengono a contatto con acqua contaminata, come in piscina, o facendo la doccia. La sua evoluzione è lenta e spesso viene confusa con l’herpes, quindi diagnosticata in ritardo». In Gran Bretagna, racconta Rama, anni fa ci fu un’epidemia di acanthamoeba dovuta all’abitudine degli inglesi di preparare la soluzione conservante delle lenti con acqua di rubinetto. Un’indagine dimostrò che conteneva il parassita. Anche le infezioni da funghi (aspergillo e candida) non sono da meno. Per debellarli occorrono antibiotici fortificati per endovena.
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«Chi porta le lenti deve ricordare che arrossamento e dolore che non si risolvono in un giorno non vanno sottovalutati» continua Rama. «Conviene recarsi al pronto soccorso di oculistica portando le lenti e il contenitore. Potrebbero servire per analisi microbiologiche. Da evitare la cura fatta in casa, e proibiti i colliri a base di cortisone, che nel caso di infezioni le possono far progredire molto più rapidamente».
All’Unità di oculistica dell’Istituto Humanitas di Rozzano, ogni settimana l’équipe di Paolo Vinciguerra toglie con la tecnica laser Ptk (alternativa al trapianto) quelle opacità sulla cornea generate da un uso scorretto delle lenti a contatto. «Vedo uno-due casi la settimana, e ogni anno facciamo circa 150 interventi di questo tipo» dice Vinciguerra. «L’igiene è uno dei punti dolenti. Non solo della lente, anche del boccettino che la contiene. Quando escono dalla tasca o dalla borsa, per esempio, i contenitori sono sporchi anche dentro, c’è uno strato di batteri che è un terreno ideale per le infezioni. Vanno lavati ogni giorno».
Se la pulizia è la base per non avere problemi, ci sono altri dettagli che facilitano (o complicano) la salute dell’occhio. Sotto l’ombrellone sarebbe meglio optare per gli occhiali: sabbia, vento, raggi Uv e acqua di mare non sono il massimo per le lenti a contatto. «Volendole indossare, meglio portare occhiali da sole avvolgenti, che creano una camera umida intorno all’occhio, e usare lacrime artificiali» consiglia Piovella. «Se si fa il bagno meglio le usa e getta, che vanno buttate subito dopo. Le morbide non vanno bene, sono come spugne che assorbono tutto. E le semirigide in acqua si possono perdere».
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Altri guai (la casistica degli oculisti è piuttosto ampia): se la lente è vecchia può spostarsi sulla cornea e rompersi; capita che un pezzo resti nell’occhio, sotto la palpebra superiore, e solo l’oculista riesce a toglierlo. Nel frattempo può provocare abrasioni. Succede quando si porta la lente per troppo tempo (i forti miopi le tengono anche 20 ore al giorno).
Tenendo conto dei rischi e benefici, quale lente conviene scegliere? Le usa e getta, le morbide che durano 15-30 giorni o le gas permeabili? Le prime non devono essere sterilizzate e non danno problemi di infezioni. Ma coprono un range limitato di difetti visivi, e nella correzione delle diottrie non vanno oltre un certo limite. Le morbide, vita media 15 giorni-un mese, richiedono una manutenzione maggiore. Le semirigide gas permeabili sono quelle che durano di più e si deteriorano meno, ma vanno anch’esse conservate in maniera impeccabile.
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Quale sia la scelta, la premessa è fare prima esami diagnostici, come la topografia corneale e l’esame dell’endotelio: su dieci persone, due risultano inadatte alle lenti. «A volte vedo, sui pazienti, un’impronta sulla superficie della cornea» dice Vinciguerra. «Significa che la lente, anziché galleggiare come dovrebbe, ha punti di contatto, quindi un rischio maggiore di infezioni. Chi le applica deve avere esperienza e lavorare in sinergia con l’oculista».
Infine, se portando la lente a contatto, giorno dopo giorno, alla fine non la sentite più, non crediate che sia un buon segno. Vuol dire che la scarsa ossigenazione ha interrotto le terminazioni nervose al punto che la cornea ha perso sensibilità. Con il tempo è normale che la sensibilità si riduca per permettere una maggiore tolleranza della lente, pur sempre un corpo estraneo. Ma quando l’occhio non la avverte del tutto, e ci si dimentica di averla, allora è il caso di farsi controllare. E magari di rivedere le proprie abitudini. Così, tanto per evitare guai futuri
Fonte: panorama.it

 

XARA

Interessantissimo questo post veramente l’ho letto con piacere anche perchè qualche mese fa mi è venuta un infezione dovuta appunto all’uso delle lenti a contatto  :-\

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